martedì 29 maggio 2007

L'America in rosso

Il dipartimento del commercio ha reso noto un rapporto che quantifica al 6,8% del pil il deficit della bilancia commerciale USA, poco meno del record del 7% di fine 2005. Oltre metà dell'incremento si deve ai costi energetici. Ad aumentare è però anche il deficit relativo ai beni di consumo, dovuto ad una crescita delle importazioni che ha annullato i progressi dell'export. A riguardo si è fatta sentire la crescente dipendenza dalle importazioni provenienti dall'Estremo Oriente ed in particolare dalla Cina. "Per comprendere l'amaro record di fronte al quale ci troviamo - ha commentato Peter Morici, economista dell'università del Maryland - dobbiamo considerare il simultaneo impatto di petrolio, importazione di autovetture e fattore-Cina". Se sul fronte automobilistico sono le importazioni dal Giappone a tenere banco (Toyota ha da pco superato GM), per quanto riguarda le manifatture ed in particolare il tessile, il tallone d'Achille resta la Cina a causa di una valutazione dello yen giudicata dalla Casa Bianca "non corrispondenti alle leggi di mercato". I democratici imputano il deficit alle politiche commerciali del Presidente, George W.Bush, che negli ultimi cinque anni avrebbero leso gli interessi delle aziende e dei lavoratori americani a favore di pratiche commerciali considerate "largamente ingiuste". Non poche voci all'interno del partito democratico sostengono la necessità di adottare politiche protezionistiche, soprattutto per tutelare le manifatture del Midwest, che vanno nella direzione opposta alla liberalizzazione dei commerci internazionali rilanciata da Bush durante lo scorso viaggio in Asia. In alcuni ambienti finanziari, preoccupati per l'enorme deficit pubblico, si ipotizza una nuova compagna dei buoni del tesoro (la prima fu lanciata durante la guerra per finanziare lo sforzo bellico) volta a respingere l'attacco cinese, secondo creditore Usa. Lo scopo sarebbe quello di ridimensionare il ruolo della Cina usando il patriottismo, sempre vivissimo negli Stati Uniti. Se la campagna andasse in porto permetterebbe agli Usa di evitare l'Opa cinese ed al contempo ridimensionerebbe il peso del dragone in campo economico e commerciale.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Non male come idea l'Opa cinese anche se,fossi al poetre in Cina,con gli stessi soldi mi comprerei la Russia che costa meno e vale di più.Cosi l'Impero di mezzo sarebbe formato dall'Asia centrale e dall'Africa.Il resto del mondo sarebbe sotto scacco.