La realtà economica italiana è il trionfo dell'incoerenza: un simposio che accomuna sia il settore privato che quello pubblico. Da una parte si è fatta della trafila Marco Troncheti Provera Sapa-Gruppo Partecipazioni Industriali-Camfin-Pirelli-Olimpia-Telecom la causa di tutti i mali della Borsa Italiana, quando ora l'ex Sip è detenuta da Telco, che è la penultima società di una serie ben più complessa. Dall'altro il capo del governo critica la Russia per la gestione della crisi cecena, salvo poi applaudire l'intervento di Eni-Enel in aiuto di Gazprom ed ammiccare ad Aeroflot.
In Italia si è iniziato a parlare di entità come Ipi, Exor, Bigli1 (ce ne sono tre) piuttosto che Edilnord e Icg grazie alle vicende della scorsa estate (RCS,BNL,Antonveneta ed Unipol su tutte). I giornali hanno cominciato a spiegare il mercato, anzichè limitarsi a descriverlo, cosi i lettori hanno potuto comprendere la complessità che caratterizza Piazza Affari, dove non ci sono grandi capitalisti senza interminabili scatole cinesi. Nessuno escluso. Nemmeno quelle banche che Guzzetti definisce "promotrici di sviluppo" (a proposito: W Monti!).
Ultimo esempio: Telecom. Provate a capire chi possiede Telco. Non sarà più facile di capire chi gestiva Olimpia, anzi. Se prima, almeno alla fine, si arrivava a qualcuno, adesso neppure quello. E non fatevi ingannare da Telefonica. Il nostro mercato azionario è cosi ricco è cosi ricco di scatole cinesi per tre motivi. Il primo è la mancanza di liquidità della classe imprenditoriale che a sua volta influisce sul secondo, ovvero la volontà dei capitalisti italiani di non rischiare i "propri" danari. Il terzo invece è un vantaggio offerto dalle scatole: queste permettono di diluire il capitale dell'imprenditore in una società senza però intaccarne il potere. Per questo motivo gli imprenditori si comportano da banche e le banche da imprenditori, con i soldi dei risparmiatori. Se da una parte i grandi imprenditori italiani appena hanno un pò di liquidità si comprano quote degli istituti di credito, dall'altra gli stessi istituti comprano attività imprenditoriali grazie ai proventi dati dai conti correnti. Cioè: i capitalisti che dovrebbero investire i propri danari in attività, o società, che ritengono glieli possano far fruttare non lo fanno. Le banche, invece, che dovrebbero concentrarsi sulla diminuzione dei costi a carico dei risparmiatori e su attività che garantiscono vantaggi sicuri, si lanciano in attività a rischio. I ruoli si sono invertiti, di conseguenza consiglio a tutti di non mettere soldi in banca ma di versarli agli sportelli delle varie Mittel, Hopa, Enel, Eni, Fininvest, Italimmobiliare ed Italcementi. A parte gli scherzi, sono queste le società che assicurano investimenti sicuri e remunerativi, senza dimenticare i lauti dividendi.
Le due società pubbliche introducono la seconda incoerenza presentata in questa riflessione: si pone l'accento sulla mancata tutela delle minoranze e poi si segue la strada del neorealismo kissingeriano. La guerra cecena ed una politica estera quantomeno autoritaria sono secondarie se la Russia detiene il primato di risorse naturali ed è in procinto di ricostruire un gigante dell'energia quale Gazprom. Il servilismo con cui Eni-Enel hanno aiutato la società russa sarà anche l'unico modo per entrare nel mercato russo, ma se questo è il prezzo da pagare allora...eviterei. Solo ed esclusivamente per la natura di public company delle due compagnie. Anche Generali, leader maximo della Borsa Italia, per entrare in Russia è dovuta scendere a patti: adesso Kellner siede nel board di Trieste. Almeno il leone ha usato maggiore discrezione rispetto ai toni trionfali di Scaroni. Tre tra le più importanti società italiane si sono svilite pur di raggiungere Mosca. Dire che hanno riverito a turno Putin non sarebbe un'esagerazione. L'unica differenza è che mentre Generali è privata e quindi deve rendere conto solo ai suoi azionisti, Eni ed Enel sono public company e, dato che il managment è deciso dal suo primo azionista (il Tesoro), devono rendere conto al popolo italiano. Non si vuole denigrare aprioristicamente ogni scelta universalista, anzi ben vengano. Si vuole semmai spingere ad una decisione netta che definisca le linee guida generali: se la situazione economica non permette all'Italia di alzare la voce sui principi internazionali (diritti dell'uomo piuttosto che pena di morte ecc...), allora si eviti di sbandierarli a piacimento. Ugualmente, se la dipendenza energetica impedisce qualsivoglia iniziativa a tutela delle minoranze, allora si eviti di criticare apertamente le politiche del Cremlino. Ancora, se la situazione del sistemaitalia è tanto grave da costringere un governo che aborra il neorealismo ad abbracciarlo, lo si spieghi chiaramente e senza drammi.
In conclusione: la scelta è tra essere preda di una serie di scatole cinesi vuote (di soldi) o di una serie di matrioske piene (di soldi). Il cambiamento incute sempre timori ma, se si riuscisse a realizzarlo in modo equilibrato e seguendo un principio guida bipartisan, sarebbe una soluzione auspicabile. L'apertura del nostro mercato non deve per forza portare ad una colonizzazione o a fare dell'Italia una colonia dell'Impero. Anzi, quasi certamente costringerebbe il sistemaitalia a confrontarsi con altre realtà permettendogli di crescere.
Guglielmo
mercoledì 6 giugno 2007
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